Dieci personaggi accomunati dal senso di solitudine che coglie coloro che percepiscono la propria non appartenenza al mondo, di cui sono consapevoli o meno, che vivono con indifferenza o con rassegnazione, che rivendicano con orgoglio o temono perdutamente, che in ogni caso li rende unici ma in cui non è impossibile identificarsi.
Con un lirismo a tratti spiazzante, con pennellate accurate che fanno risaltare sullo sfondo spesso grigio dell'esistenza i colori vivi di cui sono dipinti i sogni, le speranze, le paure, i ricordi dei rispettivi protagonisti, Francesco Coppola tratteggia dieci miniature di vita, dieci racconti che hanno il pregio di svelare l'ambiente interiore dei suoi personaggi ma in punta di piedi, con il tocco leggero di quelli che sanno scavare nel fondo dell'anima senza la pretesa di appropriarsene, lasciando a ciascuno di noi il piacere di seguire ogni singola traccia, ogni singola storia, per coglierne infine il significato più profondo e più attuale.

 

 

 

 
 

 

 

Ci sono tracce di vita aliena diffuse sulla terra, esistenze che trascorrono nell’ombra e si nascondono a loro stesse. Personaggi soffocati dalla propria inadeguatezza e da un vago senso di meraviglia. Protagonisti di nulla e tutto con il desiderio devastante di amare. Perché vivere significa trovare il proprio centro quando il caos insidia ogni certezza. Le dieci storie di Francesco Coppola sono sommergibili che scandagliano le profondità di ogni protagonista, e questa operazione psicanalitica non può che coinvolgere il lettore in ogni sorpresa, in ogni traccia proposta.
L’autore ha una dote che non si trova facilmente fra le tonnellate di titoli dell’editoria contemporanea: sa far scomparire la voce narrante (se stesso) per far vivere ogni racconto con una forza impietosa che riesce a commuovere. Si potrebbe definire la sua scrittura una “poetica della narrazione”, perché non si può restare indifferenti a passaggi lirici che toccano l’anima, e in questa raccolta ce ne sono davvero tanti: “Il mondo finalmente si scansa di lato, è un fondale neutro, uno scenario insignificante, il riverbero di una stella perduta”. Qui è Alcide, “un vecchio sacco pieno di ricordi e nostalgia buttati in un angolo”, ad avere un solo scopo residuo: attendere lo sbocciare di un fiore che gli ricordi la sua amata moglie. Lei non c’è più, ma saprà comunicargli ancora la sua presenza in una proiezione metafisica.
Ancora prima è il momento della giovane Alice, sola fra gli adulti che non la conoscono affatto, e che trova ascolto in una “pezzente variopinta”. Insieme capiranno le loro affinità. Poi c’è il profugo Jared, i cui occhi hanno il dono di poter vedere i microorganismi che vivono sulla pelle. Questo microcosmo è il pretesto adottato da Coppola per indagare il nostro mondo, la nostra intera realtà. Oppure tocca al passacarte Policarpo fare i conti con il proprio lavoro orwelliano in un vecchio edificio dove ha sede l’Organismo per la Parificazione Sociale. Si porta addosso da trent’anni il peso di una colpa, e solo gli scrittori veri sanno maneggiare il mistero fino alla fine, senza che per forza debba essere rivelato al lettore curioso. Coppola è un osservatore acuto di sentimenti umani come il senso di non appartenenza e la solitudine, che sono il movimento comune a queste dieci storie. L’autore è così bravo che fa annusare il mondo degli umani, “creature gigantesche”, a un cane di nome Edo. Parteciperà della vita dei suoi salvatori e del loro universo che di fatto non è dissimile dal suo. Vita e sopravvivenza, paura di esistere e paura di morire sono altre sottotracce proposte con eleganza, sempre lasciando alle situazioni l’urgenza di raccontare, la necessità di narrare.
Non vi resta che entrare nei mondi di queste storie e capire chi sia il Dottor Destino: sono certo che ogni lettore si potrà riconoscere in lui.

(Fabio Carapezza
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